L’indagine che ha portato alla scoperta della loggia massonica “Ausonia” grazie alle rilevazioni del pentito Maurizio Marchetta porta l’opinione pubblica ad una seria riflessione su tali forme associative. Secondo il pentito Marchetta grazie a questa loggia sarebbero stati condizionati pubblici appalti e assunzioni, con il coinvolgimento (oltre a medici, imprenditori e funzionari pubblici) anche dell’attuale sindaco di Barcellona Candeloro Nania  e del suo potente cugino senatore; il primo – sostiene Marchetta – per aver imposto a privati proprietari di terreni, che hanno ottenuto grazie a lui l’aumento dell’indice di cubatura, l’affidamento delle progettazioni e successive costruzioni a professionisti da lui stesso scelti. Il Senatore Nania, invece – sempre secondo il pentito – sarebbe coinvolto per il suo potere ed il suo ruolo. Mentre la magistratura inquirente sta facendo le dovute indagini, come Rifondazione Comunista- Circolo “Ottobre Rosso”, chiediamo che si faccia chiarezza con una vera e propria operazione trasparenza sulla Città: che vengano resi pubblici i nomi e le logge massoniche operanti a Barcellona P.G., che si verifichino le possibili infiltrazioni nelle amministrazioni locali ed i condizionamenti su appalti e assunzioni pubbliche. Qualche mese fa, Monsignor La Piana aveva denunciato pubblicamente il condizionamento massonico “asfissiante” sulla società e sull’economia del nostro territorio: consideriamo ancora valide quelle parole e vorremmo mettere in pratica un processo di liberazione da tutte le forze “occulte” che governano il nostro territorio.

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Autore: Alberto Burgio

Testata/Fonte: Il Manifesto del 15 ottobre 2009

 

«Sarebbe sbagliato trarre conseguenze politiche dalla sentenza della Consulta». Tradotto: le vicende giudiziarie di Berlusconi non riguardano il governo, casualmente da lui presieduto. Quindi tutto deve filare liscio (si fa per dire) indipendentemente dalla bocciatura del lodo Alfano. Che questa sia la linea del governo e della Confindustria si capisce. Ma perché la sostiene anche il principale partito dell’opposizione (le parole tra virgolette sono state pronunciate da Massimo D’Alema e riflettono la posizione di tutto il gruppo dirigente democratico)?
Potrebbe trattarsi di un’astuzia tattica: un affondo precipitoso potrebbe attenuare i contraccolpi della bocciatura del lodo, meglio che Berlusconi si sotterri da solo, vittima del proprio incontrollato furore. Un’altra risposta è quella formulata da Andrea Fabozzi qualche giorno fa sul manifesto: il Pd sostiene il governo perché, nonostante tutto, teme le elezioni anticipate. Forse è possibile anche una terza ipotesi. Per argomentare la quale è necessario ragionare su quanto accadde nei primi anni Novanta.
Come è noto, dalle inchieste di Mani pulite trasse vigore una spinta «riformatrice» che da una parte modificò la legge elettorale in chiave maggioritaria, avviando la semplificazione bipolare, dall’altra determinò la personalizzazione della contesa politica, inoculando nel sistema il germe del presidenzialismo e favorendo l’aumento di potere dell’esecutivo e del suo «capo» rispetto agli altri organi costituzionali. In quel clima, quindici anni fa, mosse i primi passi la «seconda Repubblica».
Il presidenzialismo all’italiana avviò lo svuotamento della Costituzione, concepita a garanzia della centralità del parlamento e dell’equilibrio tra poteri indipendenti. E il processo è andato così in là che oggi nessuno si stupisce se il presidente della Camera teorizza l’illegittimità costituzionale di un cambio di maggioranza (presto detto «ribaltone») e persino di un cambio di premiership. Sospinto da possenti interessi, il «nuovo» ha vinto, benché la riduzione del parlamento a organo consultivo del governo (o di ratifica delle sue decisioni) costituisca un palese stravolgimento della lettera e dello spirito della Carta.
Ora, finché è la destra ad affermare la centralità dell’esecutivo e a spingere verso il presidenzialismo, i conti tornano. Ma quelle «riforme» - questo è il punto - vennero sostenute anche dalle forze del centro-sinistra, che si batterono con ardore per la trasformazione del sistema in senso bipolare-presidenzialistico. Se tale circostanza è di per sé sorprendente, comprendere l’adesione entusiastica del centro-sinistra al modello bipolare-presidenziale appare addirittura improbo ove si tenga presente un aspetto cruciale del panorama politico italiano dei primi anni Novanta. Questo aspetto si chiama precisamente Silvio Berlusconi. Il quale, già protagonista della scena economica e mediatica, irruppe sulla scena politica del Paese nel ‘93 con un fragoroso endorsement a favore di Fini in corsa per il Campidoglio. E subito dopo mobilitò la sua possente macchina comunicativa per dare la scalata a palazzo Chigi.
Al cospetto di un personaggio con queste caratteristiche, in particolare l’opzione del gruppo dirigente del Pds a favore di «riforme» che accrescevano il potere di un «capo del governo» in qualche modo eletto direttamente dal popolo è a prima vista inspiegabile. Sembra frutto di diabolica pervicacia o di marchiani errori di previsione. Può essere. Come può darsi che oggi, di fronte alle conseguenze di tanto avventurismo, la paura paralizzi quanti allora imboccarono quella strada. Ma tale ipotesi non spiega perché non si sia mai voluto riconsiderare quelle scelte, nonostante i loro disastrosi effetti. Non spiega perché, già nel ‘94, il Pds abbia salvato una prima volta Berlusconi, impedendo l’applicazione della legge che lo dichiarava ineleggibile; perché l’on. D’Alema abbia poi imbastito la partita della Bicamerale per cementare un’intesa privilegiata con il capo della destra (come farà ancora nel 2007 Veltroni, decretando la brusca fine della scorsa legislatura); perché - stando alle candide ammissioni dell’on. Violante - siano state subito date a Berlusconi piene garanzie circa la proprietà e il controllo delle sue reti televisive; e infine perché, in sette anni di governo, il centro-sinistra non abbia trovato il tempo di legiferare in materia di conflitti d’interesse.
Dare una risposta a questi interrogativi è difficile, ma è indispensabile per capire la (mancata) reazione del Pd alla sentenza della Consulta. È difficile, ma non impossibile, purché si rinunci a dare per scontato che i principali avversari di Berlusconi siano sempre e comunque impegnati nel tentativo di sconfiggerlo e di impedirgli di governare. Non occorre evocare raptus masochistici né vicende corruttive. È sufficiente ipotizzare che per vincere la guerra si sia ritenuto utile perdere qualche battaglia: un calcolo arrischiato, ma non necessariamente irragionevole. Soprattutto quando non ci si combatte in nome di progetti tra loro incompatibili.
Su quest’ultimo aspetto, si converrà che emerge un insieme di obiettivi «modernizzanti» che in questi quindici anni i due schieramenti hanno perseguito in sostanziale concordia: sul piano sociale, l’imposizione della «Costituzione neoliberista» e la redistribuzione di ricchezza a vantaggio del capitale; sul piano istituzionale, il bipolarismo dell’alternanza e il taglio delle estreme; in politica estera, l’adesione al paradigma di Maastricht e la partecipazione alle «guerre democratiche». La condivisione di questo programma, nel quadro di quello che potremmo definire un bipolarismo consociativo, abolisce forse il conflitto tra destra e centro-sinistra? No, ma lo ridefinisce nei termini di una competizione tra settori di classe dirigente (tra «nomi propri»), che contempla una sorta di torbida solidarietà. Si compete, ma non si mira alla secca sconfitta dell’avversario. Si vuol vincere ma non stravincere, non escludere l’altro, senza il quale crollerebbe il prezioso impianto bipolare (con la spiacevole conseguenza di rafforzare posizioni non «compatibili»). Si tiene a svolgere un ruolo determinante, ma in un contesto di collaborazione. Che non consente di affondare il colpo sull’avversario in difficoltà, anzi impone di farsi carico della sua salvezza.
Alla luce dei disastri verificatisi in questi non lievi lustri, tale ipotesi appare indubbiamente bizzarra. Se guardiamo allo stato comatoso dell’Italia e alla rovina della sua immagine internazionale, stentiamo a credere che i gruppi dirigenti del centro-sinistra abbiano potuto anche solo prendere in considerazione l’idea di collaborare con la destra, con questa destra, guidata da questo personale politico. Ma i fatti che abbiamo ricordato vanno pur spiegati, tenendo presente che sull’ultimo quindicennio e sull’attuale condizione del Paese il giudizio del centro-sinistra non è certo altrettanto severo quanto quello che si suole formulare da parte della sinistra di alternativa. Del resto, non meraviglia che noi «genti meccaniche» si stenti ad apprezzare una strategia tanto sofisticata. L’alta politica è un’arte esoterica. Richiede fantasia e creatività, e doti non comuni di intuito e di lungimiranza. Qualcuno ricorda, per caso, il «dalemone»?

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L’appello

Il terremoto che ha devastato la terra d’Abruzzo ha messo di fronte agli occhi di tutti la drammatica condizione del patrimonio abitativo italiano, in gran parte edificato senza alcuna osservanza delle più elementari norme antisismiche. A questo si somma la constatazione che la speculazione edilizia, il risparmio sui materiali da costruzione, spinto sino a delinquenziali omissioni di ogni regola protocollare attinente alla sicurezza, hanno trasformato un evento naturale da governarsi con efficaci misure di prevenzione in una catastrofe umana e sociale di enormi proporzioni.

E’ uno scenario che si ripete sistematicamente, nel nostro Paese, senza che - calato il sipario sull’emergenza - si ponga mente e mano a una radicale revisione del modus operandi. Diventa così fatale l’appuntamento con la prossima catastrofe, sin d’ora annunciata. Si tratta invece di mettere a frutto la lezione che viene da questa ennesima sciagura. E rivendicare che si abbandoni il più inutile e dispendioso fra i progetti di grandi opere, il ponte sullo Stretto di Messina, per investire su un grande progetto di bonifica e di messa in sicurezza di tutte le abitazioni che si trovano in uno stato di palese inadeguatezza, cominciando dagli edifici pubblici, nelle aree al di qua e al di là dello Stretto medesimo, notoriamente ad altissimo rischio sismico.

Una simile scelta, improntata ad un’ancora inedita lungimiranza, contribuirebbe a scongiurare altri lutti, altre distruzioni e - contemporaneamente - a formare una diversa cultura ecologica, fondata sulla prevenzione, sul risparmio del territorio, sullo sviluppo della bioedilizia, sull’impiego di fonti di energia rinnovabili, sulla messa al bando della speculazione affaristica fra imprese e potere politico, sull’attivazione di severi ed efficaci controlli amministrativi. Insomma, l’attenzione generale che il dramma abruzzese ha calamitato su di sé, può essere ora trasformata in un’occasione di cambiamento, in un’altra idea di società e di Paese.

I primi firmatari

  1. Vincenzo Accattatis,
  2. Mario Alcaro,
  3. Bruno Amoroso,
  4. Alberto Asor Rosa,
  5. Gaetano Azzariti,
  6. Imma Barbarossa,
  7. Piero Bevilacqua,
  8. Rita Borsellino,
  9. Sergio Brenna,
  10. Alberto Burgio,
  11. Francesco Cavalli Sforza,
  12. Luigi Ciotti,
  13. Alessandro Dal Lago,
  14. Elena De Filippo,
  15. Vezio De Lucia,
  16. Giovanni De Luna,
  17. Raniero La Valle,
  18. Paolo Leon,
  19. Luigi Manconi,
  20. Gianni Mattioli,
  21. Maria Grazia Meriggi,
  22. Lidia Menapace,
  23. Andrea Morniroli,
  24. Giorgio Nebbia,
  25. Tonino Perna,
  26. Carla Ravaioli,
  27. Lidia Ravera,
  28. Annamaria Rivera,
  29. Stefano Rodotà,
  30. Edoardo Salzano,
  31. Enzo Scandurra,
  32. Massimo Serafini,
  33. Mario Tozzi,
  34. Nicola Tranfaglia,
  35. Alberto Ziparo
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By Redazione | Ottobre 17, 2009 - 7:07 pm - Categorie: spesa, tv, ripicche, gossip, politica nazionale

Son passato dallo Spaccio Alimentare: ho comprato pollo, carne, tovaglioli, spago da cucina, uova, poco altro.
Una fila, alle casse!… per fortuna poi anche il proprietario s'è messo a disposizione e io e gli altri clienti ci siamo sbrigati prima.
All’uscita, siccome di fronte al supermercato c'è la frutteria, ho preso anche un po' di meloni e un chilotto di susine. Il fruttarolo è amico mio, mi ha regalato un mazzetto di basilico e rosmarino!

Il vero incubo però è stato immettersi nel traffico cittadino: il paese è piccolo ma pieno di automobili, e quando piove la situazione peggiora, soprattutto nell'ora di punta.

Ora, per fortuna, sono a casa, e finalmente posso rilassarmi!


Se quanto sopra non vi sembra un pezzo degno di essere considerato un articolo, consolatevi con questo video!

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By Redazione | Ottobre 7, 2009 - 8:39 pm - Categorie: Riflessioni, politica nazionale

Le parole sono importanti, restano fisse e immutabili solo nelle lingue morte. Quando la lingua è viva le parole tendono man mano a cambiare. A volte spontaneamente nascono o muoiono o si modificano, altre volte in cattività vengono allevate o addestrate per assumere determinati valori.
Prendiamo per esempio il termine premier. Sembra niente, un anglicismo come tanti, eppure cambia di tantissimo rispetto al nostrano "presidente del Consiglio dei Ministri" in quanto in Italia un vero e proprio "primo ministro" non dovrebbe esistere. Volendo anche lodo un tempo indicava solo un provvedimento giurisdizionale, assimilabile ad una sentenza, con cui si conclude un arbitrato e non una legge.

Le parole però proprio perché parte di una lingua viva, raramente cambiano di punto in bianco. Spesso c'è bisogno di un notevole lavoro per educarle.
Insomma, si procede per passi.
Con un esempio di cambiamento graduale, consideriamo le seguenti modifiche:

  1. dapprima comunista era l'appartenente ad una determinata ideologia politica, giusta o sbagliata che sia
  2. poi genericamente andò ad indicare uno che ha modi di pensare di sinistra
  3. poi ancora l'essere comunista fu col tempo identificato come un disvalore assoluto, a prescindere dal valore della persona
  4. avvicinandoci ai giorni nostri, vediamo come il termine sia chiaramente considerato un'offesa al punto che - tanto per dire - gli stessi esponenti del PD rifiutano con sdegno non solo l'accostamento a tale termine ma anche a quello più largo che è "di sinistra"
  5. arriviamo infine al momento in cui viene considerato comunista, in senso sicuramente dispregiativo, qualunque elemento che sia di fastidio nei confronti del partito di destra o centrodestra. Da ultimo, è chiaramente comunista Famiglia Cristiana, la Corte Costituzionale, Napolitano e [to be continued].
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Le sciagure sono sempre un'ottima fonte di storie di ogni genere.
Ci sono i retroscena politici, per cui il Presidente del Consiglio si muove meno celermente per i messinesi che per gli aquilani e in generale sembra che si tratti di una sciagura di serie B quasi come quelle che accadono nel Terzo e Quarto mondo.
Ci sono le digressioni su come e perché sia successo quello che è successo anche in base all'ideologia di chi discute.
Ci sono gli incubi dei sopravvissuti, e ci sono le storie dei piccoli grandi eroi come Simone e Luigi, capaci come sul finale di un film tragico di compiere il sacrificio estremo per persone che magari nemmeno conoscevano.

Chiacchiere a parte, ci sono anche azioni che si possono compiere, alcune delle quali richiedono un sacrificio tutt'altro che estremo, e in sostanza tutta la tiritera di sopra era per tirare in ballo la coscienza di te lettore e spingerti a portare qualcosa di tuo in un centro di raccolta per dare una mano a quelli che hanno perso tutto in questa storiaccia.
Non conta se sei apolitico o di destra o di sinistra, non importa nemmeno dove porti quello che vuoi dare purché tu sia sicuro che finirà dove deve finire, ma comunque nel nostro piccolo ci stiamo impegnando per fungere da punto di raccolta di generi di prima necessità.

Se ti va di passare, dal lunedì al sabato qualcuno di noi sarà alla sede del circolo Ottobre Rosso, in vicolo primo Mandanici n. 4, sicuramente dalle 16:30 alle 18:30 ma cercheremo di stare aperti il più possibile.

Chiudiamo con una specificazione che proviene direttamente da Lorenzo Pizzuto del comitato Aiutiamo i nostri concittadini:

Fino adesso l'operato del nostro gruppo di volontario, del Pdci e del Prc sta dando ottimi frutti.
Comunichiamo per l'ennesima volta le priorità riguardo i beni da conferire:
- Cibo (sia adulti che bambini)
- Prodotti per l'igiene (sia adulti che neonati)

Queste sono le priorità ma accetteremo tutto e lo manterremo in magazzino fino a quando la Protezione Civile non lo richiederà. Quindi vi esortiamo a NON DIMENTICARE CHE QUESTO CENTRO RACCOLTA DOPO LA CHIUSURA prevista per giorno 7 ottobre (sicuramente sarà prorogata), continuerà la raccolta nei mesi a venire se la Protezione Civile ce lo chiederà.

Gli organizzatori ringraziano vivamente coloro che sono già venuti e coloro che verranno a manifestare la loro solidarietà.Un ringraziamento al Pdci e al Prc per aver fornito la sede e l'aiuto di cui necessitiamo. MA CI TENIAMO A PRECISARE CHE È UN'INIZIATIVA CIVICA E SOPRATTUTTO DI SOLIDARIETÀ CHE NON HA COLORE.

PS: SPERIAMO DI POTER CONTINUARE A COLLABORARE SOPRATUTTO CON VOI E CHE TUTTO FINISCA PRESTO. IMPORTANTISSIMO! CONTINUATE A SPARGERE LA VOCE.

W Messina, dopotutto

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Non c'è bisogno di mettere collegamenti ad altri siti con riferimento alla notizia, si tratta di qualcosa che tutti in zona tristemente sanno e magari qualcuno ci ha anche perso delle persone care.
Mentre scrivo sono 18 le persone la cui morte è accertata, travolte dalle conseguenze del nubifragio dei giorni scorsi, e altre trenta circa risultano disperse.
Le immagini mostrano una città spaccata in due, con terra che dalla montagna è franata fino a immergersi nel Mediterraneo.
Messina, si sa, è costruita in un posto strano: da una parte i monti, dall'altra subito accanto il mare, e in mezzo una striscia di terra che è la città.
Nulla di più normale che le inondazioni abbiano qui un effetto più forte che altrove, soprattutto quando si tratta di piogge di portata vasta come quella dei giorni scorsi. Qui a Barcellona penso che tutti ricordino il risultato delle precipitazioni dell'ultimo inverno, e non c'è chi non sappia come si ritrasformi in torrente la via Medici ad ogni temporale abbastanza grosso.

Il tempo, però è un fenomeno naturale, su cui non abbiamo potere di influenza (non è vero, ma supponiamolo). Per questo vogliamo puntare il dito piuttosto sulle concause legate a questo fenomeno naturale, su quelle più immediatamente gestibili dall'uomo.

Le case, per esempio. Fare la casa abusiva fa figo, quando hai abbastanza soldi, ed è quasi una necessità quando non ne hai abbastanza per poterti permettere di essere in regola. In più si può sempre sperare in una delle continue sanatorie che periodicamente vengono regalate dal governo (a proposito, le case edificate su tutta la costa del barcellonese proprio a ridosso della spiaggia, alcune evidentemente in territorio demaniale, apparterranno a chi ha abbastanza soldi o a chi non ne ha abbastanza?).
Però, posto che il fenomeno dell'abusivismo esiste da sempre e ovunque pur con le opportune differenze in termini di qualità e quantità dello stesso, consideriamo che è da incoscienti comportarsi da abusivi in certi luoghi. Per esempio costruire una casa a ridosso di un vulcano attivo, o sul greto di un fiume soggetto ogni anno a rischio di esondazione.
Pericoloso per chi costruisce, per chi ci abita, ma spesso anche per chi senza alcuna colpa e decine o centinaia di metri più giù si ritrova esposto a un rischio maggiore perché qualche intelligentone ha piazzato un edificio dove doveva esserci, che so, un albero secolare di quelli giganteschi o un bosco.

Idem per quelli che edificano in maniera risparmiosa prelevando quando gli pare la sabbia dal greto dei torrenti. Torrenti che poi non avranno sabbia da portare al mare, mare che poi sottrarrà sabbia alla spiaggia, spiaggia che poi sparendo mese dopo mese porterà allo scoperto le fondamenta delle case e strade più vicine.

Poi, consideriamo che se i privati cittadini hanno fino a un certo punto motivo di fare i furbi/fessi, e parimenti architetti e ingegneri possono valutare di arrotondare lo stipendio con progetti che non dovrebbero esistere, ma ci si domanda quale giustificazione possano apportare gli enti locali e i loro rappresentanti di carne, che in teoria dovrebbero vigilare su tutto questo e magari anche approvare o non i progetti presentati…

Insomma, quello che vorremmo è che i morti e i feriti di questi giorni ai quali va il nostro inutile cordoglio lascino nella testa di ognuno un ricordo e un monito: che alle volte se la legge proibisce o prescrive qualcosa un senso c'è.

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By Redazione | Settembre 29, 2009 - 1:04 pm - Categorie: doppiopesismo, politica nazionale

Ho visto con i miei stessi occhi un ragazzo di destra, nemmeno estrema, stappare spumante e brindare alla morte di Tiziano Terzani.
E questa è la prova che questo governo è inaccettabile e bisogna delegittimarlo.
VERGOGNA!
VERGOGNA!!
VERGOGNA!!!

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Il nostro cordoglio e la nostra solidarietà alle famiglie delle vittime della guerra in Afghanistan sono reali e sentiti, perché noi proponiamo l’unica cosa che avrebbe salvato la vita ai soldati italiani: ritirarli dalla guerra. Invece la solidarietà e il cordoglio di chi ha condiviso e condivide la guerra in Afghanistan e la missione italiana (cioè sia il Pdl che il Pd e l’Idv), preda di una pericolosa retorica nazionalista e militarista, è falsa e ipocrita: prima mandano a morire “i nostri ragazzi” e poi piangono lacrime di coccodrillo.
La guerra in Afghanistan non è fatta per una causa nobile come “la guerra contro il terrorismo”, così come la guerra in Iraq non fu iniziata per la bufala delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. La guerra in Afghanistan è una ignobile operazione imperialista che serve agli USA per installarsi con soldati, armamenti e basi militari in un’area del mondo di importanza strategica per i destini del mondo, in Asia centrale, ai confini della Cina e della Russia, per tentare di impedire con la forza delle armi il declino dell’impero americano e l’avvento di un mondo multipolare.
Il governo italiano deve fare solo una cosa: rispettare l’articolo 11 della Costituzione antifascista, ritirare i propri militari, schierarsi per la fine della guerra e per il ritiro di tutte le truppe di occupazione e devolvere le risorse economiche così risparmiate per la vita dei cittadini italiani e dell’umanità intera.

Leonardo Masella
Direzione nazionale del Prc

 

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“L’avvocato è stato pure “compare di anello” del boss Giuseppe Gullotti, a capo della mafia del Longano perlomeno sino alla sua condanna definitiva per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, nonché indicato dal collaboratore Giovanni Brusca come la persona che gli avrebbe fornito il telecomando per l’attentato mortale contro il giudice Falcone”. di Antonio MazzeoÈ il cuore di una delle aree della provincia di Messina a maggiore densità eversiva e mafiosa. Barcellona Pozzo di Gotto, comune ad una quarantina di chilometri dal capoluogo dello Stretto, per affinità storiche, politiche e criminali è definita la “Corleone del XXI secolo”. Gli ultimi trent’anni hanno visto l’ascesa delle organizzazioni criminali locali ai vertici dei traffici internazionali di armi e droga; l’alleanza con i ceti borghesi dominanti ne ha garantito la capacità di penetrazione nella politica e nelle istituzioni. Amministratori e consiglieri comunali avrebbero ricevuto pesantissimi condizionamenti. Un “buco nero” nella storia della Sicilia che solo a partire dalla fine degli anni ’90 ha richiamato l’attenzione dell’Antimafia e degli organi di stampa nazionali. Poi, nel giugno 2006, quella che sembrava potesse essere una svolta per riportare legalità e agibilità democratica: l’allora prefetto di Messina, Stefano Scammacca, disponeva un’indagine sulle infiltrazioni mafiose nel Comune. Sindaco è Candeloro Nania, cugino di primo grado e appartenente allo stesso partito di Domenico Nania, capogruppo al Senato di An. Ed è il Polo ad avere una maggioranza bulgara in consiglio. Per un anno quattro ispettori (il prefetto Antonio Nunziante, il vicequestore Giuseppe Anzalone, il capitano dei carabinieri Domenico Menna e il comandante della Guardia di Finanza Domenico Rotella), spulciano centinaia di delibere ed atti amministrativi ed analizzano contratti e visure camerali. La valutazione finale è unanime: troppe scelte amministrative sono state subordinate agli interessi della criminalità locale. Altrettanto unanime è la richiesta di scioglimento dell’organo elettivo. La relazione ispettiva, centoquarantasei pagine, viene inviata a Roma, ma inspiegabilmente il ministro degli Interni Giuliano Amato decide di non apporre la propria firma al decreto di scioglimento. Amministrazione e consiglio comunale possono concludere regolarmente la legislatura e alla tornata elettorale del 2007 Candeloro Nania e il Polo si ripresentano uniti ottenendo un successo di voti e consensi ancora più consistente. La giunta bis consolida il suo potere in una città dove pure l’aria che respiri sembra stagnante; vige l’“ordinaria amministrazione” sino allo scatto di orgoglio della Commissione edilizia urbanistica che i primi giorni d’agosto di quest’anno approva definitivamente il piano particolareggiato di quello che sarà il più grande Parco commerciale dell’intera provincia di Messina. L’unico, come annunciato dai vertici di Palazzo Longano, che «sarà realizzato, in conformità alle leggi e alla pianificazione urbanistica e commerciale della Regione». Non poco in un’area dove sorgono come funghi megastore e centri commerciali, tutti in deroga o in aperta violazione alle normative in materia. Quello di Barcellona sarà un Parco di dimensioni faraoniche: le infrastrutture s’insedieranno in un’area di 184.000 metri quadri in contrada Siena, accanto al nuovo centro artigianale e al vecchio tracciato della linea ferroviaria Messina-Palermo, strategicamente integrato all’asse stradale che l’Area di Sviluppo Industriale (Asi) chiede di realizzare in collegamento con la vicina area industriale di Milazzo-San Filippo del Mela, nella prospettiva di insediare l’autoporto originariamente programmato a Milazzo. All’interno del Parco saranno insediati sei diverse strutture destinate alla grande distribuzione, una serie di locali commerciali e per il tempo libero, un parco giochi per bambini e alcuni alberghi e ristoranti. A presentare nel giugno 2007 l’ambizioso progetto, la “G.d.m. - Grande Distribuzione Meridionale S.p.a.” di Campo Calabro (Reggio Calabria), un’azienda che gestisce nel sud Italia numerosi supermercati dei marchi Quiiper, Dìperdì e Docks market, più gli ipermercati della transnazionale francese Carrefour di Porto Bolaro (Reggio Calabria), San Cataldo (Caltanissetta), Castrofilippo (Agrigento) e Milazzo. Nel 2005 l’azienda calabrese aveva stipulato un contratto di comodato d’uso con la Dibeca S.a.s. di Barcellona, proprietaria di buona parte dei terreni di contrada Siena, con relativa promessa di vendita. La stesura del piano particolareggiato fu affidata invece all’architetto barcellonese Mario Nastasi. Nel maggio del 2008, la G.d.m. decise però di farsi da parte. «L’acquisto dei terreni della Dibeca era subordinato al verificarsi di una serie di condizioni consistenti nell’ottenimento, entro e non oltre tre anni dalla stipula del contratto, sia dell’approvazione del progetto, sia del rilascio della relative concessioni edilizie da parte del Comune, sia dell’autorizzazione amministrativa commerciale per l’apertura di una grande struttura di vendita», ha spiegato Piergiorgio Sacco, presidente della società di Campo Calabro. «Nessuna delle condizioni previste in contratto si è avverata nel termine triennale indicato: da qui il venir meno dell’interesse della nostra società alla iniziativa urbanistica». Anche la non brillante esperienza del centro Carrefour di Milazzo può aver influito sulla decisione dei manager della G.s.m.: nello stesso anno, a causa della flessione delle vendite e l’assoluta deregulation del mercato, la società era stata costretta a mettere in cassa integrazione quasi la metà del personale impiegato. Poco conveniente, dunque, tentare l’apertura di un altro centro commerciale in zona. Ma a Barcellona c’è però chi la pensa in maniera differente, al punto d’impegnarsi energicamente perchè il piano concludesse positivamente l’iter istruttorio ed approdare in consiglio comunale per l’approvazione finale. Dato il dietrofront della società proponente si è dovuto ricorrere ad un escamotage: presentare una domanda di cambio di titolarità della concessione edilizia. Ci ha pensato il 5 gennaio 2009 proprio la Dibeca, proprietaria dell’area di contrada Siena. E la commissione edilizia ha fatto valere allora quella che si sostiene essere una «continuità soggettiva, atteso che la nuova istanza viene dai proprietari di quei terreni che davano sostanza alla richiesta della G.d.m.». Una “continuità” affermata pure dalla scelta della Dibeca di affidare la direzione dei lavori per il Parco commerciale all’ingegnere Santino Nastasi, fratello dell’estensore del piano particolareggiato.   Alla società barcellonese la commissione ispettiva della Prefettura di Messina aveva dedicato un intero paragrafo (il terzo) della propria relazione sulle “anomalie” amministrative dell’Ente comunale. Per insediare gli uffici dell’Acquedotto e degli Impianti Sportivi, il 18 ottobre 2001 il Comune aveva preso in locazione dalla Dibeca un immobile di Via Operai 72. L’unico contratto sottoscritto con soggetti privati, un «rapporto economico» da cui - secondo gli ispettori prefettizi - «discendono forti elementi sintomatici che contraddistinguono, in termini di permeabilità, una gestione amministrativa che sembra privilegiare, non appena gli è possibile, rapporti economici con soggetti che, direttamente o indirettamente, risultano contigui, se non intranei, ad ambienti criminali locali di natura mafiosa». L’affitto per la durata di sei anni era stato stipulato con Alessandro Cattafi, «amministratore unico della Dibeca, in sostituzione della proprietaria, Nicoletta Di Benedetto», dietro corresponsione di un canone annuo di 27.888,67 euro. Il giudizio degli ispettori è lapidario. «È da evidenziare – si legge nella loro relazione - come l’amministrazione comunale, sia al momento della stipula del contratto di locazione che durante l’intera durata del contratto stesso, non abbia esperito i dovuti accertamenti e, soprattutto, non abbia posto in essere le iniziative atte ad evitare che l’Ente locale potesse avere rapporti economici con la società gestita dai familiari di un soggetto sottoposto a misura di prevenzione ai sensi della Legge antimafia 575/65». Alessandro Cattafi e Nicoletta Di Benedetto sono infatti rispettivamente figlio e madre dell’avvocato «pluripregiudicato» Rosario Pio Cattafi, personaggio «ritenuto ai vertici dell’organizzazione mafiosa barcellonese». E sarebbe poi bastata una capatina alla Camera di commercio per verificare come la società in questione non occultasse per nulla il dominus: alla costituzione il nome completo era infatti “Dibeca S.n.c. di Cattafi Rosario & C”, oggetto la gestione di lavori edili, stradali, marittimi e ferroviari. Sino al 1987 amministratore unico il farmacista Agostino Cattafi, fratello di Rosario, poi sindaco del comune tirrenico di Furnari (Messina). Nel dicembre 2004, la società prende invece il nome di “Dibeca S.a.s. di Corica Ferdinanda e C.”. Oggi i suoi soci sono ancora la madre del legale, Nicoletta Di Benedetto, il figlio, Alessandro, la sorella, Maria Cattafi, e Ferdinanda Corica.   Secondo l’organo ispettivo, Rosario Pio Cattafi «rappresenta una delle figure più emblematiche mediante il quale la città di Barcellona Pozzo di Gotto, diventa il crocevia, snodo nevralgico e luogo di convergenza ove si intersecano gli interessi della mafia catanese e palermitana, intrecciandosi con imponenti operazioni finanziarie e di illeciti traffici che portano fino alla lontana Milano». Egli sarebbe cioè uno dei «soggetti di livello superiore» che si muovono per mediare i contatti tra i vertici di Cosa Nostra e «taluni membri delle istituzioni operanti specialmente nel settore della politica, della giustizia e delle pubbliche amministrazioni». Le vicende giudiziarie che hanno interessato il legale barcellonese sono condensate nelle motivazioni della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di Barcellona per la durata di 5 anni, emessa nei suoi confronti dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Messina il 2 agosto del 2000, in epoca ampiamente antecedente alla stipula della locazione con l’ente locale. Di Cattafi vengono evidenziati in particolare i rapporti con numerosi esponenti della criminalità organizzata provinciale e regionale, con particolare riferimento a Francesco Rugolo, ai vertici del gruppo barcellonese, ucciso il 26 febbraio 1987. L’avvocato è stato pure “compare di anello” del boss Giuseppe Gullotti, a capo della mafia del Longano perlomeno sino alla sua condanna definitiva per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, nonché indicato dal collaboratore Giovanni Brusca come la persona che gli avrebbe fornito il telecomando per l’attentato mortale contro il giudice Falcone, la moglie e la scorta il 23 maggio 1992 a Capaci. «Di assoluto rilievo sono anche i rapporti prolungati nel tempo che vedono legato Rosario Cattafi al boss catanese Benedetto “Nitto” Santapaola ed a soggetti appartenenti alla cosca mafiosa di quest’ultimo», si legge ancora nella relazione sulle infiltrazioni criminali nella vita amministrativa di Barcellona. «Numerosi collaboratori di giustizia, tra i quali spiccano Angelo Epaminonda e Maurizio Avola hanno indicato Cattafi come personaggio inserito in importanti operazioni finanziarie illecite e di numerosi traffici di armi, in cui sono emersi gli interessi di importanti organizzazioni mafiose quali, oltre alla cosca “Santapaola”, le famiglie “Carollo”, “Fidanzati”, “Ciulla” e “Bono”». Sin da giovane Rosario Cattafi aveva militato nelle file della destra eversiva «rendendosi protagonista nell’ambiente universitario messinese di alcuni pestaggi (unitamente al mistrettese Pietro Rampulla, l’esperto artificiere della strage di Capaci), risse aggravate, danneggiamento, detenzione illegale di armi». Particolarmente rilevante la vicenda inerente le «raffiche di mitra sparate dal Cattafi in una camera della Casa dello studente nell’aprile 1973, a seguito del quale è stato tratto in arresto». Successivamente il barcellonese fu sospettato di essere stato uno dei capi di una presunta associazione operante a Milano, responsabile del sequestro, nel gennaio 1975, dell’imprenditore Giuseppe Agrati, rilasciato dopo il pagamento di un riscatto miliardario. All’organizzazione fu anche contestata la compartecipazione nei traffici di stupefacenti e nella gestione delle case da gioco per conto delle “famiglie” mafiose siciliane. Nei primi anni ’80, Cattafi si sarebbe attivato in vista del trasferimento di una partita di cannoni svizzeri “Oerlikon” a favore dell’emirato di Abu Dhabi. I documenti sulla transazione di materiale bellico furono scoperti nel corso di un’inchiesta della procura di Milano interessata a verificare se dietro un viaggio del Cattafi a Saint Raffael c’era l’obiettivo di «stipulare per conto della famiglia Santapaola un accordo con la famiglia dei Greco per la distribuzione internazionale di stupefacenti». Le indagini consentirono di accertare che il Cattafi aveva avuto accesso a numerosi e cospicui conti correnti in Svizzera e che lo stesso aveva tenuto «non meglio chiariti» rapporti con presunti appartenenti ai servizi segreti. Nell’agosto del 1993 Cattafi fu indicato in una nota della Squadra Mobile di Messina quale fornitore di materiale esplodente e di armi ai sicari della cosca barcellonese ed «uno dei maggiori esponenti del clan». L’1 settembre dello stesso anno la sua abitazione fu oggetto di perquisizione su decreto emesso dalla Procura di Messina nell’ambito di un procedimento penale per traffico internazionale di armi e materiale bellico, associazione per delinquere, truffa e corruzione, nel quale egli risultava coindagato unitamente al re dei casinò delle Antille olandesi Saro Spadaro e al cittadino italo-peruviano Filippo Battaglia, di cui proprio Cattafi era stato testimone di nozze. Il procedimento fu avocato dalla Procura di Catania che rinviò a giudizio il solo Battaglia (poi assolto). Rosario Cattafi fu invece tratto in arresto il 9 ottobre 1993 in esecuzione di un ordine di cattura emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze, nell’ambito dell’operazione relativa all’autoparco Salesi di via Salomone di Milano nella quale rimasero coinvolti alcuni soggetti ritenuti legati alla criminalità organizzata lombarda e siciliana. Dopo una pesante condanna in primo grado per associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, la sentenza fu annullata per un vizio procedurale. Rifatto il processo, Cattafi venne assolto perché in sede dibattimentale furono dichiarate inutilizzabili le intercettazioni ambientali che avevano documentato le sue frequentazioni dell’autoparco milanese. Del barcellonese si occupò poi la Procura della Repubblica di La Spezia nell’ambito dell’inchiesta sul faccendiere Pacini Battaglia e su un grosso traffico di armi delle società costruttrici Oto Melara, Breda ed Augusta con paesi sottoposti ad embargo. Sul suo conto i magistrati spezzini scrivono «essere inserito a pieno titolo nel commercio illegale delle armi e degli armamenti nella sua qualità di appartenente alla famiglia mafiosa capeggiata da Nitto Santapaola». Nel 1998 il barcellonese fu infine sottoposto ad indagini da parte della D.D.A. di Caltanissetta nell’ambito del procedimento riguardante i mandanti “occulti” della strage di Capaci. Anche stavolta la sua posizione fu archiviata. Nel curriculum vitae di Rosario Cattafi ci sono infine due denuncie (una in data 9 agosto 2000, l’altra il 14 luglio 2001) per violazione degli obblighi della misura di prevenzione della sorveglianza speciale di Pubblica Sicurezza; una denuncia, il 20 luglio 2001, da parte del Nucleo Operativo della Compagnia Carabinieri di Barcellona, per «minaccia nei confronti di un medico e per violazione agli obblighi della sorveglianza speciale di P.S.»; la revoca da parte del Prefetto di Messina della patente di guida (8 gennaio 2001). Il sindaco Candeloro Nania ha più volte ribadito che sarebbe stata la precedente giunta di centrosinistra a stipulare nel giugno 2000 il contratto di affitto con la società della famiglia Cattafi. «L’atto di affitto è stato sottoscritto materialmente il 18 ottobre 2001 dall’allora Commissario regionale, dott. Zaccone», ha replicato l’ex sindaco Pd. Negli archivi del Municipio è depositata una delibera del Consiglio comunale del 9 maggio 2000 che approvava una proposta di emendamento a firma dei capigruppo dei partiti del centrodestra che elevava a 70.000 euro il capitolo di bilancio riservato annualmente all’affitto dei nuovi locali di via Operai 72. Un regalo bipartisan che continua sino ad oggi: gli uffici comunali (e la sede locale della Croce Rossa Italiana) sono infatti ancora ospitati nello stabile di proprietà della Dibeca e centinaia di migliaia di euro sono già stati incassati dalla famiglia Cattafi. Briciole al confronto del business multimilionario che ruota attorno al mega Parco commerciale di Barcellona. Stavolta si fa veramente sul serio.

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